La Stazione Leopolda si riempie in fretta. Giornalisti, buyer e appassionati da tutta Italia convergono su Firenze ogni febbraio per la Chianti Classico Collection: oltre 200 produttori sotto un unico tetto, gallo nero su ogni etichetta.
L’energia che si respira è particolare: concentrata, focalizzata sulle differenze territoriali, con quella specificità che solo gli eventi costruiti intorno a una singola denominazione sanno generare.
La cosa che mi ha colpito di più muovendomi tra i banchetti, è stata la coerenza con cui i vini raccontavano il luogo piuttosto che il processo produttivo. La vinificazione è scivolata in secondo piano, e per questa denominazione, ciò rappresenta un risultato autentico. Il legno è sempre più utilizzato per la mera maturazione, non per impartire aromi o sapori, l’estrazione è misurata, i vini invitano alla beva, non sono fatti per essere contemplati. Ciò che rimane, nelle sue molteplici sfaccettature territoriali, è il Sangiovese, plasmato dall’altitudine, dal suolo e dall’esposizione in qualcosa che può nascere soltanto in questo angolo di Toscana.


Le UGA: dalla cartografia alla realtà
La crescente leggibilità delle Unità Geografiche Aggiuntive (UGA) è stato il tema dominante della Collection 2026. Quello che anni fa nacque come un esercizio teorico, una suddivisione formale della denominazione in undici sottozone, è diventato, vendemmia dopo vendemmia, un vero strumento di analisi critica. I vini Gran Selezione non si limitano più a indicare la propria UGA sull’etichetta: la enfatizzano nel bicchiere.
Il contrasto tra le zone era chiaro e costante. Le aree più fresche e ad altitudini più elevate, hanno dato vini di un’energia quasi nervosa: aromaticità vibrante, tannini fini, una freschezza che attraversa il palato, tesa. I settori più caldi hanno offerto, al contrario, maggiore corpo e un frutto più intenso, senza per questo perdere la struttura che caratterizza il Chianti Classico nella sua essenza. Spostarsi da un banchetto all’altro è stato, nel senso più letterale, un viaggio attraverso paesaggi diversi racchiusi in una singola sala.
Tra le sottozone degustate, Gaiole è quella che ha impressionato con maggiore consistenza. Per ogni produttore e per ogni categoria, i vini condividevano un carattere riconoscibile: note floreali delicate, tannini rigorosi ma maturi e un’acidità elevata che fa eco direttamente al potenziale di invecchiamento.
Gran Selezione: un’ambizione riposizionata
La categoria Gran Selezione è maturata in un modo che non erano affatto scontato. Per un certo periodo ha rischiato di diventare un campione di concentrazione e alfiere delle ambizioni di cantina, in pratica un Sangiovese vestito con abiti non suoi. La Collection 2026 ha mostrato una strada diversa: i produttori oggi utilizzano la categoria per tradurre singole parcelle in profili sensoriali unici, e il risultato sono le Gran Selezione più convincenti degustate fino ad ora.
Il cambiamento è significativo, non si tratta di vini definiti da ciò che si fa in cantina, ma portatori delle caratteristiche del luogo di origine, e quella distinzione, una volta compresa nel bicchiere, cambia drasticamente il modo in cui si legge l’intera denominazione.
Annata e Riserva: precisione in ogni dettaglio
Le categorie Annata e Riserva hanno mostrato una coerenza che riflette quanto la regione sia cambiata in poco meno di un decennio. Entrambe le categorie seguono una direzione convergente: freschezza come elemento strutturale, purezza del frutto e una bevibilità che non sacrifica la complessità.
Come si siano raggiunti questi risultati varia da produttore a produttore. Fermentazione a grappolo intero, macerazione più o meno lunga, diverse scuole di pensiero sull’impiego di lieviti indigeni, ma l’ambizione comune è chiara: ridurre gli interventi.
Wines that Stayed with Me

Chianti Classico 2022 – Castello di Cacchiano
95% Sangiovese, 3% Malvasia Nera, 2% Colorino
Dal colore rubino, cristallino, al naso è quasi selvatico, su note di amarena, erbe officinali, e un soffio di macchia mediterranea in un pomeriggio d’estate. Al palato è preciso e diretto: acidità brillante, tannini che avvolgono senza aggredire, un finale che si prolunga su una piacevole nota sapida. Un vino che non cerca di impressionare, ma semplicemente appartiene al suo terroir.

Chianti Classico Il Palei 2024 – Villa a Sesta
100% Sangiovese
Rubino brillante con riflessi violacei che ostentano giovinezza e rendono immediatamente visibile la freschezza dell’annata. Il naso è pulito e diretto: amarena, ribes rosso, note di prugna, con una precisione che suggerisce un’attenta selezione delle uve. Al palato è tutto tensione ed energia: tannini setosi ma presenti, acidità che mantiene tutto in equilibrio, un finale che echeggia a lungo anche quando il bicchiere è vuoto. Un vino con una vivacità elettrizzante.

Chianti Classico Riserva 2022 – Le Fonti
90% Sangiovese, 7% Merlot, 3% Cabernet Sauvignon
Una Riserva con un piede nella tradizione e l’altro nella modernità. I vitigni internazionali non si percepiscono immediatamente: il Merlot arrotonda e smussa delicatamente, il Cabernet offre una struttura e aromi di cedro e cassis, ma è il Sangiovese a dettare i tempi. Il naso regala note di ciliegia matura e ribes nero incorniciati da un tocco mentolato fresco e un accenno di scorza d’arancia. Il palato è generoso ma disciplinato, e il lungo finale di erbe officinali rivela già qualche indizio sulla potenziale longevità.

Chianti Classico Riserva Brolio 2023 – Ricasoli
100% Sangiovese
Questa Riserva porta con sé la storia della famiglia Ricasoli senza tuttavia esserne schiacciata. Il vino mostra un naso scuro di amarena, mirtillo e tabacco, con sentori fumé che aleggiano sullo sfondo. Al palato, acidità elevata e verticale, tannini maturi e assertivi: un vino che richiede pazienza. Il finale lungo, sapido e ricco di note balsamiche lascia intendere che gli anni a venire ripagheranno ampiamente chi vorrà aspettarlo.

Chianti Classico Gran Selezione Badia a Passignano 2023 – Antinori
100% Sangiovese
Da uno dei singoli vigneti più iconici della denominazione, un Gran Selezione che cattura l’attenzione a prima vista. Il naso si muove su due registri in costante dialogo più che in competizione, da un lato floreale (rosa, lavanda) e dall’altro sentori più variegati che spaziano dal caffè alla liquirizia, con un filo di buccia d’arancia. Al palato, l’elevata acidità definisce la struttura precisa, mentre i tannini maturi e ben integrati aggiungono densità senza appesantire. Il finale è molto lungo e sapido: un vino che non si limita a esprimere il suo terroir, ma lo sostiene con convinzione.

Chianti Classico Gran Selezione La Prima 2022 – Castello Vicchiomaggio
90% Sangiovese, 10% Merlot
Il Merlot, qui, non è una concessione al gusto internazionale: è una scelta consapevole. Là dove il Sangiovese in purezza potrebbe mostrare durezze, il blend dona morbidezza al palato senza soluzione di continuità, con note di prugna e amarena che donano profondità a un naso già vivace (rosa, ribes rosso e scorza d’arancia). Tannini molto fini e acidità vibrante inquadrano un finale molto lungo. Greve in un’espressione chiara e precisa, una Gran Selezione che merita la categoria.

Chianti Classico Gran Selezione Vigneto Bellavista 2021 – Castello di Ama
80% Sangiovese, 20% Malvasia Nera
Il vigneto Bellavista di Ama produce una delle Gran Selezione più distintive della denominazione, e questo vino ne è una conferma autorevole. La Malvasia Nera è il punto cardine, porta al naso una qualità olfattiva, quasi surreale, melograno, pot-pourri di petali di rosa, un filo balsamico che si intrecciata a sentori più scuri di mora e tabacco. Al palato è pieno e strutturato, i tannini morbidi e compatti, l’acidità sferzante e netta. Il finale è lungo, sapido, un vino che chiaramente riflette il suo luogo di origine.
Conversazioni che vale la pena ricordare
I temi ricorrenti non riguardavano la vinificazione, bensì la viticoltura: suoli vivi e in buona salute, selezione massale da viti vecchie, impianti ad altitudini maggiori come risposta al cambiamento climatico, gestione della parete fogliare in annate sempre più irregolari. Il tono era quello dell’adattamento, quello di una denominazione che ha già attraversato periodi difficili e sa come comportarsi.
Allo stand di Castello di Volpaia, il discorso si è concentrato subito sulla selezione massale. La loro Gran Selezione di punta, Il Puro Vigna Casanova, è costruita attorno a un clone di Sangiovese coltivato in azienda dagli anni ‘40, un’identità genetica autoctona che, come il produttore ha sottolineato, appartiene esclusivamente a loro. È il tipo di dettaglio che non compare in etichetta ma definisce ciò che è nel bicchiere: una specificità che nessun disciplinare può replicare e nessun’altra azienda può avere.
È proprio qui che si coglie quello che c’è dietro la Collection 2026; l’insieme di decisioni individuali, su quali viti propagare, quali parcelle raccogliere per prime, in quali momenti resistere alla tentazione di intervenire.
In chiusura, il vino dolce del Chianti Classico
Il modo giusto per terminare una giornata alla Chianti Classico Collection, ho scoperto, non è stato un’altra Gran Selezione.
Passando davanti all’area di degustazione del Vin Santo del Chianti Classico sulla via dell’uscita, mi sono fermato più a lungo del previsto. Qui c’era una categoria che ha attraversato una crisi netta (calo dei consumi, mutamento del gusto dei consumatori, uno stile che sembrava intramontabile e poi d’improvviso è diventato fuori moda), che sta lavorando con serietà di ritrovare il proprio equilibrio.
I vini in mostra erano più raffinati e più misurati rispetto al passato, protesi verso un palato contemporaneo senza rinunciare alla profondità ossidativa e all’intensità di frutta a guscio che rendono questo stile degno di essere preservato.
Resilienza e reinvenzione, espresse in ambra anziché in rubino, ma con lo stesso impegno di fondo verso il luogo, il vitigno e la tradizione che definisce l’intera categoria.
Il Chianti Classico non ha finito di evolversi, ma ha trovato una direzione in cui andare.

