Vinitaly 2026: il vino italiano tra numeri record e domande senza risposta

La 58ª edizione di Vinitaly si è chiusa con 90.000 presenze da 135 nazioni, quattromila aziende espositrici e un quartiere fieristico esaurito in ogni padiglione. I numeri ci sono, sono solidi, eppure, quello che mi ha colpito quest’anno non è misurabile, è una sensazione che attraversava trasversalmente degustazioni, conversazioni agli stand, e masterclass.

Il vino italiano sa ancora chi è, non sono certo sappia ancora a chi stia parlando.

La fiera: presenze e mercati

Vinitaly 2026 ha confermato la sua centralità come piattaforma internazionale. Il 26% delle presenze proveniva dall’estero (cinque nazioni in più rispetto all’edizione precedente), con oltre 1.000 top buyer. Un risultato che, come ha sottolineato il presidente di Veronafiere Federico Bricolo, non è scontato in un contesto geopolitico che rende sempre più complicata la mobilità degli operatori verso le principali fiere europee.

Tra i mercati consolidati si confermano Germania, Nord America, Svizzera e Regno Unito. Sul fronte delle aree a maggior potenziale emergono Cina, Brasile, Messico, Corea del Sud, Thailandia, e novità significativa, una presenza qualificata dall’Africa subsahariana con Sudafrica, Tanzania, Nigeria e Angola. Dati che raccontano dove il vino italiano può ancora crescere e dove invece deve partire da zero, una sfida ambiziosa, ma necessaria.

Quello che ho visto nei padiglioni

Al netto dei comunicati e delle dichiarazioni, una fiera dedicata al mondo del vino racconta di più attraverso le degustazioni. Quest’anno, tra i produttori che seguo con più attenzione, c’era una tendenza chiaramente distinguibile, e per certi versi trasversale, riassumibile forse in una parola “sottrazione”: meno estrazione, più precisione, una revisione consapevole del tenore alcolico, non come compromesso tecnico, ma come obiettivo stilistico dichiarato e ricercato.

Non si tratta di una moda. È la risposta, forse ancora parziale e sicuramente molto eterogenea alle richieste di un mercato in continuo cambiamento. I vini più corposi e caratterizzati da maggiore estrazione mostrano segnali di difficoltà; reggono, e in alcuni casi crescono, i bianchi freschi, gli spumanti, i rossi con una struttura snella. Preservare identità territoriale e coerenza stilistica con meno “materia” a disposizione è una delle sfide tecnicamente più complesse che una cantina possa affrontare. Alcuni produttori hanno già trovato risposte interessanti, molti sono ancora in una fase di sperimentazione.

Il nodo no-alcol: innovazione o adattamento difensivo?

I vini dealcolati e ancor di più quelli a basso tenore alcolico erano presenti in modo significativo, non più confinati in una nicchia da gestire con cautela. La domanda per questi stili c’è, e viene da mercati e da consumatori che il settore non può permettersi di sottovalutare o peggio, ignorare.

Il dibattito tecnico è aperto: ridurre il tenore alcolico è possibile con più metodi, ma mantenere complessità, equilibrio e leggibilità del territorio è un’altra cosa. Alcuni risultati sono già convincenti, mostrano potenzialità, altri sono ancora in cerca della propria identità. È normale che sia così in questa fase di transizione, quello su cui mi pongo alcune domande non è il livello attuale dei prodotti, ma la domanda sottostante: il comparto sta costruendo una risposta concreta a nuovi stili di consumo, oppure è l’inseguimento di un trend difensivo in un contesto di cali strutturali e di eccesso di offerta?

Non ho una risposta netta, in realtà non sono certo esista una risposta netta.

Il rapporto tra vino e ristorazione: 12 miliardi di euro e una formazione da costruire

I numeri di partenza sono rilevanti: il consumo di vino in ristoranti, trattorie, pizzerie e wine bar vale 12 miliardi di euro all’anno, con un’incidenza media sullo scontrino superiore al 21%. Per il 22% degli esercizi intervistati, la quota supera il 30%.

Sul fronte dei consumi, per oltre la metà dei ristoratori gli ordini di vino sono “invariati” rispetto al biennio 2021/22, ma quelli che dichiarano di aver riscontrato cali offrono un panorama per certi versi preoccupante. I ristoranti e le trattorie registrano le flessioni più significative e riportano come la prima criticità sia proprio il calo della domanda: una difficoltà concreta, con una diminuzione del 17% in termini di spesa, e addirittura del 28% in termini di livello di consumo.

Esiste forse un problema strutturale che i numeri sulle vendite non descrivono completamente: la formazione sul vino del personale della ristorazione. In un terzo dei locali non esiste nessuna forma di aggiornamento enologico, quota che sale al 50% nei cocktail bar e raggiunge addirittura il 61% nelle pizzerie. La metà di chi si forma lo fa attraverso il passaparola con agenti e distributori, non affidandosi ad associazioni o wine educator. Altro dato interessante riguarda l’aggiornamento delle carte dei vini, sono “rinnovate” meno di una volta l’anno nella maggior parte dei casi.

Ecco come il supporto di questa analisi confermi che parte del calo nel consumo di vino non sia da imputare ad un problema di prodotto. Il vino arriva in sala senza che chi lo serve sappia o possa spiegarlo. In un momento in cui i consumatori sono più informati e più selettivi di prima, questo divario si sente, parte del problema potrebbe quindi essere il “racconto”.

Serve formazione concreta degli operatori, qualità delle carte dei vini, dialogo tra produttori e ristorazione come canale non solo commerciale ma di diffusione di cultura enologica.

Enoturismo: un asset da 3 miliardi che ancora deve trovare la sua strada

I numeri sull’enoturismo italiano sono già significativi: 15 milioni di visitatori l’anno in cantina, 3 miliardi di euro di spesa, con le cantine più strutturate che registrano una crescita del +16,8% nei visitatori e del +21% nelle vendite dirette post-visita.

Il prezzo medio dell’esperienza si attesta sui 39,4 euro a persona, con un ticket medio per prenotazione di 136,6 euro: dato che conferma come l’esperienza in cantina, quando è ben costruita, generi valore reale e non sia semplicemente un’attività accessoria rispetto alla produzione.

Il 43,3% dei visitatori proviene dall’estero: un segnale di internazionalizzazione della domanda che apre opportunità ma richiede standard più definiti.

Il divario tra il potenziale del settore e la sua capacità di intercettare la domanda è ancora ampio. L’enoturismo italiano ha tutto per essere competitivo a livello globale: paesaggio, biodiversità varietale, identità culturale, una storia da raccontare che nessun altro paese può replicare. Ma finché la maggior parte delle cantine non sarà attrezzata per accogliere professionalmente, con competenze linguistiche, sistemi di prenotazione, pacchetti strutturati e tariffe coerenti, quella domanda ahimé andrà altrove.

Il mercato globale: dove cresce il vino italiano (e dove potrebbe)

L’Osservatorio UIV-Vinitaly ha presentato un’analisi sui mercati premium che merita attenzione. Tra i mercati identificati come più promettenti emergono Giappone (indice di opportunità 91,4), Corea del Sud (85,1), Messico (86,3), Brasile (78,1) e Cina (72,4). Mercati di nuova generazione come Thailandia, Vietnam, Filippine e India (ancora piccoli in valore assoluto ma con tassi di crescita premium attesi tra il +25% e il +76%), rappresentano un’opportunità a medio termine che richiede presenza e lavoro di costruzione del brand oggi, prima che questi mercati siano maturi.

La questione che nessuna fiera può risolvere

Vinitaly 2026 ha confermato la solidità della manifestazione e la capacità del vino italiano di attrarre attenzione, investimenti e interesse a livello globale. Ma la fiera è stata anche lo specchio di un settore che sta affrontando una transizione profonda.

Il calo strutturale dei consumi non è una congiuntura, la disaffezione delle generazioni più giovani non è un’anomalia temporanea, così come la crescente attenzione alla salute e a stili di vita salutari non è una moda passeggera. Sono tendenze che ridisegnano il mercato in modo permanente, e che richiedono risposte strutturali: non solo nuovi prodotti, ma anche e soprattutto nuovi linguaggi, nuovi canali, nuove alleanze tra produzione, ristorazione, turismo e comunicazione.

Il vino italiano ha gli strumenti per affrontare questa trasformazione: ha la biodiversità, la storia, il paesaggio, la cultura. Quello che forse ancora manca in alcune parti della filiera, è la consapevolezza che il cambiamento non si gestisce aspettando che passi.

La 59ª edizione sarà a Veronafiere dall’11 al 14 aprile 2027. Ci sarò.

Hai visitato Vinitaly 2026? Hai assaggiato qualcosa che ti ha sorpreso o convinto in questa direzione? Lascia un commento, mi interessa confrontarmi.

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